Intervista a Francesco e Alberto Zanin,
artigiani bassanesi di Alchimie Artigiane

Un mix positivo di esperienza e innovazione. È questo ciò che si percepisce nel laboratorio di Alchimie Artigiane, incontrando gli artigiani Francesco Zanin e il figlio Alberto. Da oltre quarant’anni questa realtà continua a creare oggetti di arredo insoliti, dando vita a prodotti fuori dall’ordinario, impiegando materiali e lavorazioni diverse tra loro e con la stessa passione di sempre. La forte motivazione e l’entusiasmo nelle costanti sfide sono il loro spirito guida.

Com’è nata l’idea di Alchimie Artigiane?

Francesco: Ho sempre avuto lo stimolo dei materiali e un po’ alla volta mi sono appassionato nel mettere assieme varie cose, per hobby inizialmente. Poi ho cominciato a fare lavori per esigenze economiche.
Come primo lavoro ho fatto il fotografo, poi invece ho iniziato a fare il serigrafo grazie al quale sono entrato in contatto con tutto il mondo della stampa, e con tutte le tecniche che nel tempo ho acquisito.
Nel frattempo mi ero messo a fare degli oggetti di ottone e legno: incidevamo con gli acidi, con le mascherature, con vari disegni. Posso dire che il primo effettivo stimolo a fare questa cosa è stato un viaggio con mia moglie dove per pagarci le vacanze abbiamo fatto dei quadretti con scarti di legno che siamo riusciti a vendere facendo fiere e mercatini.
Da lì sono partito e poi sono andato avanti: ho cominciato a fare vassoi, quadri, portaombrelli, mobiletti, orologi. Siamo arrivati a quasi 200 articoli e ho iniziato a fare delle fiere a Milano.

Come mai poi avete scelto di tralasciare la produzione di articoli d’arredo per continuare con la serigrafia? Com’è avvenuto questo cambio di direzione?

Francesco: Con il tempo abbiamo fatto una scelta diversa, abbiamo abbandonato la produzione di oggetti d’arredo per dare più spazio al settore della pubblicità: una questione più di principio che altro, perché inquinavamo con questi acidi, rischiavamo di non essere coerenti con il nostro spirito.
Da allora abbiamo cominciato a lavorare per il campo della moda e abbiamo cominciato a creare oggetti strani, particolari, dove coniughiamo materiali diversi tra loro: metalli, plastiche, alluminio, legno.
Mi sono sempre un po’ pentito perché dopo tanti anni i clienti ancora ci facevano richieste però effettivamente quello che trainava era la moda perché questo ci dava un maggior ritorno economico.

Che cosa ti ha spinto a continuare con la passione di tuo padre?

Alberto: Io ho lavorato qui 6/7 anni con lui. I materiali, l’artigianato, le creazioni, il lavorare a mano mi ha sempre affascinato, ho imparato da lui ed è una cosa che ho sempre fatto con curiosità, con stimolo e passione. Seguendo mio padre, ho imparato tutte queste tecniche, queste lavorazioni con i materiali e poi vedendo il mondo dell’arredamento mi son detto “questo avrei potuto farlo anche io, magari meglio, magari peggio, quindi perché no?”

Per quale motivo hai deciso di riprendere il progetto di Alchimie Artigiane?

Alberto: Diciamo che c’è sempre stato questo tormento per i prodotti che facciamo perché ti danno tanta soddisfazione, però è un qualcosa che non resta mai, non ha una durata perché è un prodotto che viene creato con fatica, sviluppato e poi buttato via, dopo poco tempo. Così ci siamo chiesti perché non ricominciare a creare qualcosa di nostro che potesse restare anche nel tempo, che potesse rendere felici le persone e noi stessi dato che facciamo un prodotto che abbiamo sviluppato interamente, che creiamo con le nostre mani e che poi può contribuire ad arredare con il nostro stile, che non è uno stile comune, le case delle persone. Abbiamo quindi deciso di riprendere le passioni di mio padre e da lì ci siamo messi a fare i primi prototipi, abbiamo sviluppato idee e da lì si è avviata un po’ la cosa.

Che cosa rappresenta per voi il design?

Francesco: Il problema del mondo del design oggi è che le aziende non finanziano più molto per avere dei progetti creativi perché sono costrette a realizzare oggetti con materiali più o meno standardizzati, banali, non c’è più molta fantasia, la creatività viene quasi uccisa. Per cui si è un po’ tutto standardizzato, in pochi si dedicano ancora a creare cose belle.
Alberto: Quando ho cominciato a lavorare qui con lui mescolavamo un sacco di materiali, utilizzavamo finiture e rivestimenti particolari e creavamo dei progetti stimolanti che poi quando venivamo messi in vetrina ti davano moltissima soddisfazione. Ora invece è sempre bello perché realizzi un prodotto tuo però l’appagamento che ti da il prodotto finito è di gran lunga minore perché alla fine sono cose banali.
Per cui anche questo desiderio di creare qualcosa di bello e particolare, di importante ci ha fatto ricominciare un po’ questa strada dell’arredamento.

Come riuscite a comunicare l’unicità dei vostri prodotti? A far percepire la qualità dello stesso, la passione e l’impegno che ci mettete?

Francesco: Io nell’arco degli anni ho cambiato moltissimi agenti. Questo perché era difficile scegliere quelli che veramente capivano il prodotto e riuscivano a trasportare questa passione anche ai clienti.
Se tu non capisci il valore che ha un progetto, non entri con la testa e con il cuore nel prodotto, fai fatica. Anche nel campo dell’artigianato ci vuole sempre un qualcosa che porti a vivere e condividere un’emozione. Lo vendi molto più volentieri un prodotto se quello che è dall’altra parte è appassionato e lo capisce, è soddisfazione per te e per loro. Bisogna allontanarsi dal solo confronto di costi.
Alberto: Il problema è riuscire a vendere il prodotto, perché dietro ad un oggetto non sempre ci si rende conto che ci sono delle tecniche particolari, moltissime ore di studio e sono stati usati vari materiali. La soddisfazione arriva alla fine, perché nel mentre spesso ci sono diversi problemi. È una sfida continua.

Qual è la cosa che vi piace di più del vostro lavoro?

Francesco: Sicuramente il fatto di essere un artigiano indipendente perché ti dà la possibilità di essere libero, anche se in realtà è un po’ un’arma a doppio taglio, perché ti la libertà di testa, però non ti dà la possibilità fisica di fare quello che vuoi perché tu dipendi sempre dai clienti alla fine, però perlomeno sei libero di scegliere se fare o non fare una cosa.
Inoltre mi piace il tipo di rapporto, di amicizia, di stima e di aiuto che negli anni si è creato con gli artigiani che lavorano attorno a noi. Io da loro ho imparato tante cose, tanti materiali li ho visti lavorare, e acquisisci errori, difetti, pregi. Questo mi ha sempre aiutato.
Alberto: La cosa affascinante di questo lavoro è partire da un materiale grezzo e con le proprie conoscenze e capacità arrivare ad un prodotto finito, che tu hai studiato e che realizzi con le tue mani. Non è commerciale, è un progetto che è stato portato a termine attraverso lavorazioni, finiture e studio dei particolari.

Quali sono le principali differenze legate al gusto/interessi che emergono tra padre-figlio?

Alberto: Abbiamo delle menti un po’ complesse. Gli scontri sono all’ordine del giorno, ma sono più tecnici che altro. Diciamo che è stato un passaggio generazionale che sta ancora avvenendo.
Però devo ammettere che i miei genitori mi hanno dato il coraggio di darmi le redini in mano, c’è voluto tanto tempo perché bisogna prendersi le proprie responsabilità e per questo bisogna avere una testa matura, io inizialmente avevo altri interessi. È stato difficile perché facevamo fatica a comunicare, avevamo due modi di vedere sempre diversi, però dai ce l’abbiamo quasi fatta.
Poi quando arriviamo alla fine di certi progetti ci abbracciamo e gli dico “grande papà”.

Che cosa la spinge a continuare a creare e sperimentare con la stessa passione da circa quarant’anni?

Francesco: Una delle nostre forze nella nostra piccola dimensione è proprio la capacità insieme di risolvere tutti i problemi che avvengono in giornata. I nostri clienti di norma ci danno i lavori dove sanno che ci sono i problemi, che da una parte è una cosa impegnativa, però ci viene riconosciuta la capacità di lavorare in un certo modo. Se sono in difficoltà i nostri clienti storici vengono qui, è una soddisfazione. Abbiamo questa forza, abbiamo questa carta che ci giochiamo.

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